Castellucci, Dante (Facio)

    Data di esistenza

    Data di nascita : 06/08/1920

    Data di morte: 22/07/1944

  • Pseudonimo, nome assunto

    Facio

  • Biografia

    Cresciuto nel nord della Francia, dove il padre ha trasferito la famiglia in cerca di lavoro, alla
    vigilia della guerra rientra nella nativa Calabria. Dopo aver combattuto sul fronte alpino contro la Francia viene arruolato nel corpo italiano di spedizione in Russia (Armir), fronte ove rimane
    ferito. Nell’aprile 1943 rientra in Italia e trascorre un periodo di convalescenza in Emilia dove entra in contatto con la famiglia Cervi.
    Subito dopo l’8 settembre inizia l’attività cospirativa e prende parte alla difesa di casa Cervi
    assieme ai sette fratelli con i quali è arrestato. Nel carcere parmense della Cittadella, dove viene trasferito, egli si finge un soldato straniero e riesce ad evadere pochi giorni prima della fucilazione dei compagni a Reggio Emilia. L'accaduto fa nascere sospetti di tradimento all'interno del Pci reggiano e dunque, per evitare quella città, Dante si unisce alle formazioni partigiane parmensi.
    Il 18 e 19 marzo 1944 è tra i protagonisti del vittorioso scontro del lago Santo (PR): chiuso in un rifugio con otto uomini male armati, resiste oltre ventiquattr’ore, senza perdite, all’accerchiamento di oltre cento soldati nazifascisti; alla fine i nemici contano decine di morti e feriti e sono costretti alla ritirata ordinata. La battaglia di Lago Santo ricopre il Battaglione "Picelli", di cui fa parte, di un alone di leggenda e "Facio" ne diventa il comandante a seguito della morte del comandante Fermo Ognibene (Alberto) avvenuta due giorni prima. Il battaglione interpreta benissimo le tattiche della guerriglia, compiendo attacchi fulminei e spostando continuamente la propria posizione. Disorienta i comandi nazifascisti, convinti di trovarsi di fronte a una formazione composta da centinaia di uomini. Tutela l’incolumità della popolazione civile, perché senza fornire un punto di riferimento territoriale, non concede la possibilità della rappresaglia nazista. Il "Picelli" è anche un esperimento politico e sociale, come nei dettami della lotta partigiana che ha il fine di rovesciare ruoli e costumi della società fascista. Il comandante vive e agisce alla pari dei suoi uomini, li guida in azione, siede a mensa con loro e si serve sempre per ultimo, rinunciando spesso alla propria razione, ed è l’ultimo a usufruire del vestiario ricevuto da un lancio o sottratto al nemico. Quando Laura Seghettini, pontremolese appena uscita dal carcere fascista, entra a far parte del battaglione, non viene destinata al ruolo di staffetta o di aiutante, ma diventa partigiana combattente fino ad assumere il ruolo di vice-comandante.  Nell’aprile 1944 il battaglione si sposta nei pressi di Zeri (MS), effettuando azioni sulla statale 62 e sull’Aurelia. A luglio la formazione Picelli diventa Brigata ed è dislocata nella zona del torrente Gordana tra Noce, Teglia, Busatica, Mulazzo (MS).
    E' in questo momento che le sue vicende si intrecciano a quelle di Antonio Cabrelli (Salvatore),
    ben noto alla direzione nazionale del PCI che lo ha espulso dal partito nel 1939 sospettandolo di essere una spia dell’OVRA (recenti ricerche hanno appurato che quei sospetti erano fondati). Cabrelli è stato nominato da "Facio" commissario politico di un distaccamento del "Picelli" in quanto di notevole preparazione politica, in realtà intende proseguire la sua scalata ai vertici del movimento partigiano spezzino: ha progettato la costituzione di una brigata garibaldina che faccia capo alla federazione comunista della Spezia e ai comandi liguri, tuttavia il «Picelli» dipende ancora da Parma a cui "Facio" deve tutto. "Salvatore" allora sottrae il suo distaccamento "Gramsci" dalle dipendenze del "Picelli", lo trasforma in brigata e se ne autoproclama commissario politico. Per portare a termine il suo piano deve sbarazzarsi dell’ostacolo più grande, rappresentato dal "brigante calabrese", come lo chiama lui.
    Tra i due corrono lettere infuocate con accuse e minacce reciproche; "Facio" sfugge a un agguato tesogli a tradimento; "Salvatore", reagisce infine con l’inganno. La mattina del 21 luglio 1944 "Facio" viene chiamato al comando della brigata appena fondata da "Salvatore", con la scusa di chiarire la questione di alcuni materiali sottratti a un aviolancio. Convinto di dover affrontare solo un’accesa discussione, si fa accompagnare solo da due uomini fidati. Appena giunto nella sede del comando, il comandante del "Picelli " viene disarmato, aggredito e picchiato da Cabrelli, che ha imbastito un tribunale di guerra nel quale è, al contempo, accusatore e giudice. Poche ore dopo "Facio" viene condannato a morte per i reati di furto, sabotaggio, tradimento e abuso di potere per aver occultato materiali di lancio appartenenti ad altre unità. Viene sorvegliato da uomini della 4° Brigata che a un certo momento gli offrono la via di fuga: "non sono scappato dai fascisti, non scapperò dai compagni" sono le sue parole, vergate in alcune lettere alla famiglia e agli amici emiliani.
    Il "tribunale" improvvisato lo ritiene colpevole di sabotaggio e alle prime luci del 22 luglio viene prelevato e portato davanti al plotone d’esecuzione: è lui stesso a esortare i partigiani che non trovano il coraggio di sparargli addosso. La sua fucilazione provoca ripercussioni negative sulle formazioni partigiane e soprattutto sulla sua brigata che, a causa della perdita del comandante, viene abbandonata da molti dei suoi componenti nel corso del rastrellamento del 3 agosto.
    Nel 1963 è stata conferita a Castellucci la Medaglia d’Argento al Valor Militare, seppur con una motivazione che risulta incongrua rispetto alla causa effettiva della sua morte.

    Fonti: Gimelli, Franco, Battifora, Paolo, "Dizionario della Resistenza in Liguria", DeFerrari Editore, Genova 2021, p.121

    https://www.toscananovecento.it/custom_type/il-caso-facio-il-comandante-partigiano-ucciso-dai-suoi-compagni/?print=print


    https://www.sissco.it/recensione-annale/carlo-spartaco-capogreco-il-piombo-e-largento-la-vera-storia-del-partigiano-facio-2007/

    http://www.lunigiana.net/XXsecolo/approfondimenti/1944_casofacio_01.htm