Deportazione operaia di Genova, 16 giugno 1944

  • Storia

    Verso le ore 14 del 16 giugno 1944 colonne di camion tedeschi giungono all’improvviso nell’area industriale del ponente genovese, bloccando le uscite e circondando gli stabilimenti Siac di Cornigliano, San Giorgio, Piaggio e il cantiere navale Ansaldo di Sestri. Ha così inizio una vera e propria caccia all’uomo, cui i lavoratori cercano vanamente di sottrarsi nascondendosi all’interno della fabbrica o tentando vie di fuga attraverso cunicoli comunicanti con l’esterno dell’impianto industriale.
    La quasi totalità delle maestranze, compreso anche qualche impiegato e dirigente, viene così radunata dai tedeschi, coadiuvati da militi della Rsi, nei cortili interni e sottoposta ad una
    repentina selezione: gli uomini ritenuti idonei al lavoro sono trasportati allo scalo ferroviario
    di Campi, stipati in 43 carri merci con i finestrini bloccati dal filo spinato e inviati, con due convogli partiti a poche ore di distanza l’uno dall’altro, direttamente a Mauthausen, dove sarebbero poi stati smistati in vari sotto campi e costretti al lavoro coatto per il Reich. Nella
    razzia del 16 giugno 1944, definita in codice operazione Läuseharke (“pettine da pidocchi”), il movente economico veniva a saldarsi con quello repressivo: se da un lato la cattura dei lavoratori rispondeva al crescente bisogno tedesco di manodopera per le esigenze produttive del Reich, cui solo in minima parte aveva sopperito il reclutamento su base volontaria promosso dalla propaganda della Rsi, dall’altro si poneva quale deterrente.
    Il clima di terrore suscitato nelle fabbriche avrebbe dovuto dissuadere la classe operaia genovese dal compiere nuovi scioperi, azioni di sabotaggio, atti di insubordinazione: di “azione punitiva” (Strafaktion) parlava esplicitamente il rapporto della Militärkommandantur 1007 (MK) e di “efficacissimo monito per le maestranze”, astenutesi da nuove agitazioni, la relazione inviata il 1° luglio dal capo della provincia Bigoni, subentrato a Carlo Emanuele Basile, al ministro degli Interni.
    Quanti furono i lavoratori deportati? Il rapporto di luglio della MK riporta la cifra di 1.448, mentre la citata relazione del prefetto Bigoni parlava di “oltre duemila lavoratori" trasferiti in Germania, calcolo sovrastimato dovuto presumibilmente alle assenze in fabbrica nei giorni successivi per il timore di nuove retate. Nel dopoguerra la Presidenza del Consiglio glio dei Ministri ha indicato in 1.288 il numero dei lavoratori deportati, cifra che compare nello statuto dell’Associazione Gruppo 16 giugno 1944, nata nel 1984. Un rapporto del Triumvirato insurrezionale, in data 22 giugno, criticava severamente l’inerzia e la sfiducia della “massa
    operaia”, incapace di “opporre la minima resi- stenza, salvo il tentativo individuale di salvarsi
    nascondendosi”, alla deportazione nazifascista, rimarcando peraltro la responsabilità delle
    organizzazioni clandestine cittadine (Squadre di difesa, Gap), ree in questa occasione di non
    aver avuto “l’immediata percezione di quanto si doveva fare e come si doveva cominciare”. Una consapevolezza che, nell’estate 1944, avrebbe portato alla trasformazione delle già
    esistenti Squadre di difesa genovesi (442 alla fine di giugno, con circa 2.200 membri) nelle
    più strutturate Sap, il cui ruolo sarebbe stato determinante nella liberazione della città e nel
    salvataggio del patrimonio infrastrutturale.
    A ricordo dell’evento, sulle alture di Sestri il Comune di Genova ha intitolata una via “16 giugno 1944”.

    Fonte: Gimelli, Franco, Battifora, Paolo, "Dizionario della Resistenza in Liguria", DeFerrari Editore, Genova 2021, pp.159-160