Porto di Genova

  • Storia

    Il salvataggio del porto di Genova dalle progettate distruzioni tedesche rappresenta uno tra i maggiori successi della lotta di Liberazione in Liguria. Dopo l’armistizio il porto viene ad assumere una valenza strategica nello scontro tra tedeschi e uomini della Resistenza, con i primi ad occupare militarmente lo scalo più importante del Mediterraneo e i secondi ad attuare sabotaggi tramite gruppi di lavoratori politicamente organizzati e militanti dei partiti antifascisti. Divenuto nel corso dei mesi un obiettivo strategico dei bombardamenti alleati, il porto subisce gravi danni, pur mantenendo l’agibilità. In seguito al peggioramento della situazione bellica, nella primavera 1944 i tedeschi decidono il sistematico minamento dei bacini di carenaggio, dei moli e delle calate, delle infrastrutture e degli impianti industriali in ottemperanza al Piano Z che ne prevedeva la distruzione da parte dei tedeschi in caso di ritiro forzato dalla città. Tutte le mine erano state collocate dentro appositi fornelli, scavati nel cemento, e collegate tra loro attraverso un sistema di cavi subacquei: sulla sola diga foranea, struttura essenziale per la difesa del porto dalla violenza dei marosi, ne erano state collocate oltre duecento, costituite da grossi proiettili d’artiglieria. A queste minacce tedesche rispondono dapprima i Gap e poi le Sap cercando di manomettere gli ordigni e di tagliare o rendere inutilizzabili i fili di collegamento. Nel settembre 1944 nasce poi il Cln del porto, il cui scopo principale consiste nel coordinare l’azione delle varie Sap. Mese dopo mese i sabotaggi risultano così efficaci da costringere i tedeschi a rimpiazzare le mine danneggiate con nuovi ordigni più sofisticati e poi, nel gennaio 1945, a rinunciare ai cavi fissi di collegamento in favore di un sistema di cavi volanti da posizionare subito prima del brillamento delle mine. Al salvataggio del porto dedica particolare attenzione, nelle sue varie versioni, il Piano A inerente la liberazione di Genova. Nell’ultima fase della guerra gli uomini della Resistenza cercano di impedire l’ostruzione, da parte tedesca, dell’imbocco del porto tramite il deliberato affondamento di natanti: proprio per ovviare a tale eventualità, e in ottemperanza a una precisa richiesta degli Alleati, un’azione condotta contemporaneamente, ma all’insaputa reciproca, da uomini della brigata Sap Buranello e sommozzatori della Marina militare italiana riesce a danneggiare all’attracco, rendendone così impossibile lo spostamento verso l’imboccatura dello scalo, la portaerei Aquila. La questione del porto è inoltre al centro dei colloqui, nell’aprile 1945, tra il generale tedesco Günther Meinhold e il portavoce del Cln Carmine Alfredo Romanzi (Stefano), con i tedeschi disposti a evitare le programmate distruzioni in cambio della garanzia di una sicura ritirata e i partigiani a ribadire le loro minacce in caso di brillamento delle mine, e dell’azione diplomatica portata avanti dalla curia genovese e dagli ambienti industriali. Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1945 i tedeschi calano comunque in acqua decine di mine magnetiche, che avrebbero compromesso la funzionalità del porto per parecchi mesi dopo la fine della guerra, ma la diga foranea non viene fatta saltare: il porto è salvo. In molti, nel dopoguerra, hanno rivendicato, spesso senza averne i titoli, il merito del salvataggio del porto genovese, complessa vicenda su cui ha fatto luce una commissione di inchiesta, promossa nel 1949 dall’allora Istituto storico della Resistenza e i cui risultati sono stati pubblicati nel 1952, e su cui si è tornati, nel 2007, in un convegno internazionale organizzato dall’Ilsrec (si vedano gli atti editi sulla rivista “Storia e memoria”, n. 2, 2007).

    Dizionario della Resistenza in Liguria, (a cura di) F. Gimelli, P. Battifora, De Ferrari, Genova, 2008