Carpanini, Domenico; <09/07/1953-02/03/2001>

  • Luogo di nascita

    Torino

  • Luogo di morte

    Torino

  • Biografia

    Domenico Carpanini è nato a Torino il 9 luglio 1953. Ha iniziato la sua militanza politica nel Psiup tra  il 1969 e il 1972, successivamente quando il partito confluì nel Pci, vi si iscrive anche lui dove rimase fino alla trasformazione in Pds al quale aderì dal 1991.
    Nella Federazione torinese dl Pci ricoprì diversi incarichi: dal 1972 al 1976 è stato responsabile di zona in Borgo S. Paolo, dal 1976 al 1982 responsabile della Commissione quartieri del Pci, dal 1982 al 1983 responsabile del comitato cittadino, dal 1983 in poi capogruppo in Consiglio comunale per il Pci poi per il Pds sino al novembre 1993, quando venne eletto presidente del Consiglio comunale.
    Per quanto riguarda le cariche istituzionali dal 1976 al 1980 è stato consigliere provinciale, dal 1980 consigliere comunale; membro della Commissione nazionale di garanzia del Pci dal 1989 al 1990 e poi del Consiglio nazionale del Pds.
    Ha ricoperto la carica di vicesindaco nella giunta comunale di Valentino Castellani.
    Candidato sindaco per il centrosinistra per le elezioni amministrative a Torino del 13 maggio 2001, muore improvvisamente all'inizio della campagna elettorale il 2 marzo 2001.


    Intervista rilasciata da D. Carpanini ad Ilaria Cavallo il 15 novembre 1994
    D. A distanza di anni qual è la sua opinione sull'attività di allora dei comitati spontanei di quartiere e dei consigli di quartiere, una volta istituiti con la legge del 1976?

    R. Sono due cose molto diverse: i comitati di quartiere spontanei furono un'esperienza che va inquadrata e collegata, e rispetto alla quale c'è qualche analogia, con le forme di organizzazione di base che in quel tempo, contemporaneamente, si sviluppano in fabbrica e nelle scuole. E' uno degli aspetti del movimento del Sessantotto-Sessantanove, delle organizzazioni non strettamente politiche né sindacali, che si sviluppano dal movimento delle fabbriche e studentesco, più collegato forse a quello delle fabbriche. Fa parte dell'interesse che si sviluppa alla fine degli anni Sessanta in fabbrica per migliori condizioni di lavoro nelle aziende e di vita nelle città, in una fase in cui Torino pativa le conseguenze di tutta la grande espansione che il movimento migratorio aveva determinato.
    Torino in quegli anni si avvicina al milione di abitanti, per non parlare dell'area metropolitana. Mancano servizi sociali essenziali. C'era poco verde, c'erano doppi e tripli turni nelle scuole, talvolta in qualche quartiere mancavano i servizi primari: l'asfaltatura delle strade, le fognature, c'erano forti spinte alla speculazione edilizia; in questo contesto si sviluppò il movimento dei comitati spontanei. Questo movimento oltre a contestare aspetti di merito della politica delle giunte dell'epoca e, insieme, a rivendicare una città più a misura di uomo, poneva, evidentemente, il tema della partecipazione, dell'incremento della vita democratica. In questo direi vi è il collegato con la fase successiva dell'istituzionalizzazione dei consigli di circoscrizione che però sono una cosa diversa dai movimenti.
    Semmai, se un errore c'è stato è quello di aver caricato troppo i consigli di circoscrizione di valenze partecipative. Il decentramento favorisce la partecipazione perché porta le sedi decisionali, almeno per alcune decisioni, più vicine ai cittadini, ma non è una forma di partecipazione, è un'altra cosa e quindi, come dire, forse nella sinistra c'è stata una certa tendenza a confonderlo, da una parte rischiando di ingabbiare movimenti di partecipazione che pure potevano continuare ad esserci- adesso non starò qui a fare un'analisi retrospettiva- e comunque una tendenza a mettere le briglie istituzionali e, dall'altro lato, rischiando di mettere in situazione di minorità quelle che sono le istituzioni a tutti gli effetti.

    D. A Torino, rispetto ad alcune città dell'Italia centrale, ad esempio Bologna, è nato in ritardo questo movimento per il decentramento. A che cosa è dovuto? A mancanza di interesse o di azione... A Bologna esistevano già i consigli di quartiere ancora prima dell'istituzionalizzazione, in modo concreto ed attivo sul territorio, rispetto alla nostra città

    R. Questo sì, a Bologna si incontrarono con un'amministrazione che favoriva la partecipazione di movimenti e quella di base, le giunte di sinistra di Dozza, Fanti e poi Zangheri andavano in quella direzione. A Torino si incontrarono con un'amministrazione abbastanza ostile. E' famoso una battuta di un assessore dell'epoca, che peraltro è una bravissima persona, medaglia d'oro della Resistenza, che ad un certo punto sbottò e disse che lui contro i comitati di quartiere avrebbe mandato i suoi alpini, lui era un ufficiale dell'esercito.
    La distonia tra il movimento e l'amministrazione e la forte carica polemica, in sintonia con il movimento delle fabbriche, che c'era nel movimento dei comitati di quartiere spontanei, con una giunta che non affrontava i problemi della città, ne determinò l'ampiezza e la combattività ma, certo, in maniera diversa rispetto ad una situazione di una giunta che tese a realizzare per prima i consigli di circoscrizione, come quella di Bologna. Questa città infatti è proprio citata come esempio di un'amministrazione che si avvicinava ai cittadini.

    D. Il decentramento, anche se posto in altri termini è una questione attuale a livello politico. A questo proposito l'attività dei consigli di circoscrizione a Torino di che tipo è? Che rapporti hanno i consigli con il comune?

    R. E' in corso una consultazione su un nuovo regolamento proposto dalla giunta e al tempo stesso sulla modifica dello statuto, che ho seguito personalmente e che in parte riguarda il decentramento, compreso il sistema elettorale. La maggioranza ha intenzione di potenziare il decentramento, attualmente essendo ancora nella fase determinata dalle norme prodotte dalla vecchia amministrazione, le circoscrizioni stentano abbastanza, non sono coinvolte a sufficienza, hanno dei poteri limitati, a questo si accompagna un'accentuata ingovernabilità dovuta al fatto che nel 1993 i consigli di circoscrizione si sono dovuti eleggere con il vecchio sistema elettorale, con la proporzionale, sono molto frammentati, ci sono molti gruppi, è difficile dar vita ad una maggioranza.
    Questa è la situazione, non c'è dubbio che sulla possibilità di rendere molto efficace il decentramento pesino i ritardi e, per qualche verso, l'oblio in cui è caduta quella che poteva essere una soluzione strategica da questo punto di vista, cioè l'istituzione della città metropolitana. La legge 142 la rendeva obbligatoria, un provvedimento dell'anno scorso la rende facoltativa e nessuna regione peraltro, ha accelerato i tempi per attuarla. L'istituzione della città metropolitana e quindi la divisione del capoluogo in circoscrizioni che siano veri e propri comuni, anche se con poteri più limitati di quanto siano quelli attuali del comune, sarebbe stato il vero salto di qualità del decentramento.
    Direi che il bilancio del decentramento in tutt'Italia dice che o le circoscrizioni diventano pienamente autonome, ancorché ripeto, con poteri limitati- nessuno può immaginare il piano regolatore di borgo S. Paolo o il piano dei trasporti di Vallette- sarà certo la gestione di alcune materie: servizi alle persone, manutenzioni, opere pubbliche di interesse locale. O si arriva a quello o finché i consigli di circoscrizione saranno organi del decentramento e non enti autonomi, non sarà comunque possibile arrivare oltre una certa soglia di maturità dell'autonomia. Finché il bilancio del comune di fatto è uno, la pianta organica è una, le delibere delle circoscrizioni sono comunque delibere che transitano attraverso il comune, l'autonomia non è piena.

    D. Dalle carte analizzate si nota un'attività intensa del Pci all'interno e dei comitati spontanei e dei consigli di circoscrizione, a distanza di anni questa azione è venuta meno. Quali sono i motivi? Vanno ricercati nella storia nazionale del partito, nella vicenda italiana? Il venir meno di questa attività a Torino è un caso isolato o è a livello nazionale, per tutto ciò che riguarda i consigli di quartiere, la partecipazione dei militanti, ecc.?

    R. Da una parte c'è stato un calo di entusiasmo da parte di coloro che erano nei consigli di circoscrizione, dall'altro di sicuro c'è stato un calo di forza organizzativa, di coordinamento della struttura partito che allora era molto più organizzata, per qualche verso totalizzante, basti pensare che io facevo il responsabile della commissione quartieri quasi a tempo pieno anche se ero impiegato, e tuttavia passavo in federazione molte ore della giornata. Ricordiamoci che il Pci della fine degli anni Settanta, fino all'inizio degli anni Ottanta aveva cinquanta, sessanta, funzionari a tempo pieno, oggi ne ha un paio. Incide sicuramente anche questo aspetto.
    Nell'archivio del gruppo consiliare c'è ancora comunque molto materiale riguardo le circoscrizioni, anche perché con il 1983 finisce questa archiviazione, con il 1984 termina la giunta di sinistra, poi comincia la fase dell'opposizione; l'archivio del gruppo consiliare si trova in via Assietta 3.